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Ludopatia e pensiero magico nei giovani calciatori: il lato oscuro della psicologia del denaro

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Qualche giorno fa stavo ascoltando gli opinionisti di una trasmissione sportiva di una nota piattaforma di streaming che discutevano animatamente dell’ennesimo scandalo del calcio italiano: le scommesse dei giovani calciatori Fagioli e Tonali, e probabilmente anche di molti altri.

E poi… pubblicità! Appare sullo schermo un’invitante spot di una nota piattaforma di scommesse, con slogan accattivanti e promesse di ricche vincite.

Mi è sembrato surreale. Poco prima autorevoli ospiti che manifestavano il loro sconcerto nel vedere ragazzi che gettano alle ortiche la propria carriera per colpa del demone del gioco, e subito dopo si invita il grande pubblico a scommettere proprio sugli eventi sportivi.

Ah già. Nello spot si suggerisce di “giocare responsabilmente“. Quindi siamo a posto con la coscienza, no? Se uno non “gioca responsabilmente” è un problema suo.

Il gioco è una droga? Un paragone un po’ estremo tra ludopatia e tossico-dipendenza.

Non ci si rende conto che questi servizi di scommesse legali con testimonial di grande effetto che promuovono giochi che da un punto di vista statistico sono sistematicamente perdenti ma lo fanno con un richiamo apparentemente etico che invita alla moderazione, a mio parere sdoganano anche analoghi servizi di scommesse clandestini e illegali.

Pensa se un giorno venisse legalizzata l’eroina. Però con una raccomandazione: “drogati poco“.

Capisco che può sembrarti azzardato il confronto tra gioco d’azzardo e droghe, ma questa similitudine pone una questione fondamentale: possiamo prendere come giustificazione della vendita di servizi potenzialmente molto nocivi l’idea che gli individui siano in grado di prendere decisioni informate e di autoregolarsi?

Promuovendo un uso responsabile non è che stiamo semplicemente aprendo le porte a un consumo ancora più diffuso, basandoci sul presupposto ingenuo che la maggior parte delle persone sarà in grado di “giocare poco”?

Fumare fa male, è noto. Ci sono voluti anni di battaglie e class action perché, finalmente, non siano più consentite pubblicità o promozioni di alcun tipo per le sigarette. Verrà un giorno in cui anche gli spot di scommesse e poker-on-line verranno vietati?

Mi dirai: eh, ma ci sono molti interessi in gioco. (ancora una volta la parola… gioco)

Capisco, ma insisto: riusciremo un giorno a trovare una giusta intersezione tra etica, intrattenimento e business?

Il pensiero magico e l’ottimismo irrealistico

Ma torniamo allo scandalo dei giovani campioni-scommettitori, e proviamo, come sempre, a farlo dalla nostra prospettiva psicologico-finanziaria.

Bisogna scavare in profondità e analizzare le cause psicologiche dietro certi comportamenti. Una delle più rilevanti è il “Pensiero Magico“.

In breve, il pensiero magico è una distorsione cognitiva che porta a credere in collegamenti non realistici tra cause ed effetti. E’ un bias molto noto tra gli psicologi che può spingere una persona, un calciatore in questo caso, a collegare il proprio successo o insuccesso con le scommesse che vengono effettuate.

Tutti noi abbiamo rituali, come quello di mettersi a sedere nella stessa posizione in sala per vedere una partita, perché “la scorsa volta, quando ero seduto nella poltrona di destra, abbiamo vinto”, e se cambiamo posizione stasera “porta sfiga“.

Fin qui niente di male: anche i calciatori, si sa, mettono in atto una serie di rituali pre-partita convinti che questi possano aumentare le loro probabilità di successo.

Poi per noia, o perché glielo ha consigliato un amico, o perché la fama e il successo ci fa pensare di essere invincibili, si comincia a scommettere, e anche questo diventa un rituale: si collegano successi ed insuccessi nelle scommesse con successi e insuccessi nelle partite.

Si iniziano a perdere soldi, è statisticamente inevitabile, ma “la prossima volta andrà meglio“, perché ho avuto “le informazioni giuste”, perché magari le dritte sono arrivate dall’amico ex-compagno di squadra.

Al pensiero magico spesso si associa poi l’ottimismo irrealistico, altra distorsione molto conosciuta dagli psicologi.

L’ottimismo irrealistico è un bias psicologico che porta le persone a sovrastimare la probabilità che accadano eventi positivi nella loro vita e a sottovalutare la probabilità di eventi negativi.

In altre parole, si tende a pensare che ci succederà il meglio e siamo meno propensi a credere che possano capitare eventi avversi. E’ un atteggiamento che è molto utile, in termini di motivazione e benessere psicologico, ma che in certe situazioni ci fa essere impreparati di fronte ad avversità che non avevamo neppure minimamente considerato.

A questo proposito mi torna in mente un bellissimo e commovente libro di un mio caro amico, Massimo Congiu, che poco prima di morire scrisse: “A me non può succedere. Il viaggio di un assicuratore nel tunnel della malattia“.

“A me non può succedere”. Poi però a volte succede.

C’è chi, come Massimo, in questo ribaltamento di prospettiva trova una strada di lucida consapevolezza e ci regala una grande storia di vita.

Ci sono altri invece che, impreparati ai rovesci di una fortuna che si girata contro, aumentano l’esposizione ai bias psicologici.

L’ottimismo irrealistico si aggrappa allora ancora di più al pensiero magico, e nel caso dei calciatori questo significa aumentare la posta, buttare via montagne di denaro sino al punto di farsene prestare altro perché tanto, “la prossima volta mi rifarò di tutte le perdite precedenti“.

Quando il pensiero ludico diventa ludopatia

Recentemente ho partecipato a un evento di Digital Marketing in cui uno strepitoso speaker, Iacopo Pelagatti, durante il suo intervento ha posto una domanda: perché gli esseri viventi giocano?

Quando dico esseri viventi intendo dire che non solo gli umani, ma ad esempio anche cani, gatti e molti altri animali giocano. C’è una ragione evoluzionistica in questo? Apparentemente no. Le specie animali sono sopravvissute per ben altre caratteristiche che non il gusto di giocare.

Eppure le società umane hanno sin dai primordi sviluppato forme di intrattenimento e competizione, dai giochi di squadra ai passatempi solitari.

Questa attrazione innata per il gioco ha dato origine a ciò che gli psicologi definiscono “pensiero ludico“: un approccio mentale che celebra il piacere, la scoperta e la sperimentazione attraverso il gioco.

Un’attitudine innata che incoraggia la curiosità, la creatività e l’apprendimento. Attraverso il gioco, impariamo a risolvere problemi, a lavorare in squadra e a sviluppare abilità motorie. Per molti, il gioco rimane un modo per sfuggire dalle pressioni quotidiane, per rilassarsi e per ricaricarsi.

Tuttavia, il confine tra un sano pensiero ludico e la patologia del gioco in certe circostanze può diventare sfumato.

Quando il gioco diventa una necessità, quando la persona non può più resistere all’impulso di giocare nonostante le chiare conseguenze finanziarie, sociali o personali, si entra nel territorio della compulsione, del bisogno irrefrenabile che inevitabilmente conduce a decisioni avventate e distruttive.

Ma come si passa dal sano pensiero ludico alla ludopatia? Una caratteristica comune a molti ludopatici è la distorsione cognitiva di sentirsi “in debito” con la fortuna e che, quindi, la vittoria sia imminente.

La grande differenza sta nel fatto che il pensiero ludico celebra il gioco e la sfida, mentre nella ludopatia il focus diventa il risultato e la ricompensa, con ricerca di gratificazioni dopaminiche sempre più ravvicinate e sempre più di breve termine.

Ecco quindi che nella nostra epoca il piacere disinteressato è ormai totalmente soppiantato dal risultato ossessivamente perseguito.

La mancanza di educazione finanziaria

Abbiamo sin qui descritto le insufficienti competenze psicologiche, adesso vediamo il problema dall’altro versante, quello della sistematica mancanza di una solida educazione finanziaria.

Non ci si deve stupire se questi giovani, che guadagnano milioni di euro ogni anno, si riducono ad avere pericolosi debiti con gli usurai.

Si pensi alle storie di tanti fortunati vincitori di lotterie e superenalotti vari che, dopo poco, finiscono in miseria.

Chi si ritrova catapultato in un mondo di lusso e abbondanza, senza gli strumenti necessari per gestire la ricchezza, inizia a prendere derive pericolose.

Il denaro che arriva in copiosa quantità, invece di essere visto come un mezzo per stabilizzare la propria vita e il proprio futuro, diventa il carburante del rituale compulsivo, da moltiplicare senza sapere perché, a che cosa, serve, come lo utilizziamo.

Molte volte, su queste colonne, ho scritto delle due grandi lacune dell’istruzione italiana (e non solo italiana).

Non si insegnano, nelle scuole primarie e secondarie, le competenze psicologiche e quelle finanziarie.

I giovani, quando entrano nel “gioco” dei grandi, sono totalmente impreparati sui due versanti. Possono essere estremamente competenti a livello tecnico, ma davvero poco dotati di intelligenza sociale e di consapevolezza finanziaria.

Ho recentemente iniziato a diffondere un libro in forma di manuale, “Strategie per la Finanza Personale“, in cui non parlo di obiettivi, ma di sistemi. Non propongo miracolosi (e improbabili) sistemi per fare soldi, ma metodo e disciplina per comprendere il denaro e come gestire il tenore di vita in modo equilibrato e sostenibile.

Per il momento questo libro lo regalo, poi andrà in vendita. Lo regalo a chi interessa perché è il mio modo di rimettere in circolo il dono che ho avuto di poter approfondire studi ed esperienze psicologici ed economici.

Non so se quando leggerai questo articolo sarà ancora in regalo. Clicca qui per verificare.

Ah, dimenticavo. Se ti dicono di “giocare responsabilmente”… scappa a gambe levate.

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